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3.02 Archeologia nella valle del Tronto

Nora Lucentini

Il bacino del Tronto si caratterizza per la presenza di due paesaggi geograficamente distinti: l'alta valle a ovest e la media e bassa valle a est. Nell'alta valle il fiume si incunea in mezzo ai poderosi massicci dei Monti Sibillini a nord e dei Monti della Laga a sud percorrendo poi la zona pre-appenninica. La bassa valle presenta, invece, aree di pianura progressivamente più ampie man mano che si giunge in prossimità della foce, delimitate dalle corrispondenti dorsali collinari, dal profilo abbastanza dolce in prossimità della costa ma più ripide verso l'interno fino a saldarsi con l'area pedemontana. Il raccordo di questi due sistemi avviene presso la confluenza tra fiume Tronto e torrente Castellano, dove sorge l'abitato di Ascoli, luogo d'incontro tra realtà economiche diverse collegate dalla Via Salaria, caratterizzate le prime più espressamente in senso agricolo, le seconde da un'economia varia e da uno sfruttamento integrato delle risorse disponibili. Un tale distretto territoriale vide una precoce attestazione della presenza umana.

Al di là delle tracce della frequentazione preistorica, la valle del Tronto conserva segni antichi del popolamento umano, tipologicamente coerenti con quanto sappiamo riguardo alle regioni adriatiche circostanti. Nel corso dell'età del bronzo finale, mentre i primi agglomerati dell'area tirrenica evolvevano rapidamente in senso proto-urbano, l'area medioadriatica rimase legata a un'occupazione del territorio per piccoli nuclei sparsi, posti per lo più in prossimità del fondovalle o sui primi poggi collinari.

è tra la fine dell'età del bronzo e l'inizio dell'Età del ferro che nell'ascolano cominciano a riconoscersi i caratteri della civiltà picena, documentata in insediamenti a bassa quota e piccoli nuclei funerari.

L'abitato (sec. XIII-VIII a.C.) di Casale Superiore (Colli del Tronto) è il più conosciuto tra i siti del versante settentrionale della valle, sviluppati a cavallo del X sec. a.C. a controllo dell'antico percorso di fondovalle antesignano della Via Salaria. Una catena di abitati nata in relazione alla navigabilità del fiume usato come porto fluviale per i traffici circumadriatici , attivi già da oltre mezzo millennio, ma influenzati tra XIII e XII sec. a.C. dal commercio egeo segnalato dalla presenza della ceramica micenea, rinvenuta anche a Monsampolo del Tronto.

Le necropoli picene più antiche, in questa zona sono costituite da piccoli gruppi di sepolture a inumazione in fosse terragne (ricavate nella nuda terra), con corredi tombali semplici - inizialmente di un solo vaso e poi di varie ceramiche - e accessori personali legati al sesso del defunto, come le fibule ad arco rettangolare per gli uomini e semicircolare per le donne. Un significativo gruppo di tombe proviene da Campo Parignano , primo nucleo della futura Ascoli, dove , come in tutto l'ascolano a nord del Tronto, gli uomini sono sepolti senza spada a differenza dei cugini teramani.

Tra X e VIII secolo nei corredi della valle del Tronto colpisce la presenza di oggetti importati da tutta l'Italia centro meridionale (dall' area umbra e villanoviana fino alla calabria) e di oggetti transadriatici, a volte associati nella stessa sepoltura come a Monteprandone nel ricco corredo di una dama.

Nel Piceno in effetti, i villanoviani avevano stabilito un'énclave poco più a nord - a Fermo - mentre un altro avamposto si trovava a sud del Tronto nella valle del Salino (Teramo), dove sono frequenti gli oggetti di pregio che testimoniano rapporti con il Lazio e con le aree villanoviane, attraverso la mediazione sabina - come la spada ad antenna di Rocca di Morro, tipica appunto dell'area sabina e umbra - e con la parte meridionale della penisola e i popoli dell'altra sponda adriatica.

L'abitato del Salino era forse a matrice mista, visti i molti elementi eterogenei che concorrono a determinarlo, ma con una significativa presenza villanoviana. Si trattava di una delle teste di ponte che permetteva ai centri correlati dell'area tirrenica di controllare i collegamenti con il settore transadriatico, i suoi importanti giacimenti di ferro e gli scambi con l'Europa centro-orientale. In questo quadro di rapporti commerciali con l'opposta sponda adriatica ben si inserisce , seppure in una fase cronologicamente mal certa, anche la tradizione pliniana della fondazione liburnica di Truentum, alla foce del Tronto antico, più spostata a sud presso Martinsicuro (NL).

Fig.3.02.01 Disegno schematico della media e bassa valle del Tronto
Fig.3.02.01 Disegno schematico della media e bassa valle del Tronto

Un cambiamento notevole si sviluppò nella prima Età del ferro, quando cominciarono a emergere i caratteri distintivi della civiltà picena. In particolare nel corso del VIII-VII sec. a.C., con la crescita e l'affermazione di quel fenomeno culturale noto come orientalizzante (per gli influssi culturali provenienti dall'area microasiatica), si rafforzò la tendenza a occupare i pianori sommitali lungo i crinali di spartiacque, sia per ragioni strategiche sia economiche, fino al VI sec. a.C., quando alcuni di questi centri abitati assunsero un ruolo egemone nei confronti del territorio circostante.

Con il VII sec. a.C. e il fiorire della cultura orientalizzante, i centri villanoviani vennero completamente riassorbiti nell'ambito della cultura picena, che sviluppò in maniera significativa la portata dei suoi traffici commerciali via mare, come dimostrano i floridi approdi costieri a sud del Conero e lo stesso abitato anconetano sul colle dei Cappuccini.

Emersero in questa fase alcuni centri egemoni, come quello di Belmonte, sedi di principi che dominano distretti territoriali disseminati di centri minori subordinati al loro potere. Questa classe di ricchi signori allargò il proprio dominio sulle comunità vicine organizzando il territorio con un sistema di potere gerarchizzato facendo leva sul senso di identità tribale e sull'antagonismo sempre sottolineati nei corredi funerari: l'uno riconoscibile nei differenti costumi delle donne, l'altro nelle armi esibite dagli uomini.

Questa organizzazione politica si riflette nelle tracce del popolamento di quest'epoca: all'incirca tra il 700 e il 650 a.C., si assiste a un progressivo abbandono dei vecchi abitati di fondovalle del Tronto, mentre si infittiscono i rinvenimenti di necropoli sulle alture in prossimità di colline naturalmente munite, come Forca, Colli e Monsampolo, a nord del fiume; Rocca di Morro, Sant'Egidio e Ancarano a sud. L'occupazione delle alture collinari non risponde solo a esigenze difensive quanto di controllo territoriale, e tiene conto anche della disponibilità di aree coltivabili e con discrete risorse idriche. La società picena si era ormai gerarchizzata e aveva acquisito una maggiore complessità sociale con principi (nirf) che dominavano la classe egemone organizzata per nuclei familiari allargati (gentes). Mercanti e artigiani procurano i beni di lusso e la scrittura, seppure solo a uso prevalentemente celebrativo, appare ora diffusa. In realtà lo sfarzo orientalizzante è certo più evidente nei corredi funerari provenienti dalle valli del Potenza, del Chienti e dell'Esino, su cui sboccano i valichi appenninici connessi con l'Umbria e l'Etruria, e dove sono ben attestate anche sepolture monumentali del tipo a tumulo. Nell'area ascolana, invece, non si conoscono tumuli funerari e nei corredi si riscontra una minore ricchezza. I riflessi della grande cultura orientalizzante infatti giungono tardi in quest'area - non prima dell'avanzato VII sec. a.C. - e filtrati dalla mediazione dell'area sabina e falisco-capenate, che fece da tramite nei rapporti con il mondo etrusco e laziale. L'influenza falisco-capenate è evidente nei corredi della zona pedemontana attorno ad Ascoli, ad esempio in alcune tombe scoperte a Forca, sulla strada per Venagrande, non dissimili da quelle rinvenute tra Rosara e Acquasanta. La zona di confine con il teramano risulta di particolare rilievo perché strategica per i traffici con l'area laziale da un lato e abruzzese dall'altro e si riverbera su certe decorazioni presenti nei corredi della necropoli di Montedinove che richiamano quelle note a Campovalano (Teramo) e a Capestrano (Chieti). Un elemento distintivo dei corredi adriatici di rango del VII a.C. È il disco decorato, elemento della corazza maschile in Abruzzo, che passa all'uso femminile montato su stole di tessuto o di pelle in Umbria e Marche. Il fatto che un elemento difensivo del guerriero entri nel mondo muliebre è tipico della mentalità orientalizzante che lo considera simbolo di appartenenza alla gens e non più un mero ornamento individuale allo stesso modo di altri oggetti appannaggio del principe guerriero - il carro e perfino le armi - che possono essere deposti al fianco di spose e infanti come indicatori di rango. Si tratta in realtà dello stesso processo di affermazione del sistema gentilizio che traspare anche nell'adozione della formula onomastica bimembre.

Un esempio del doppio uso di questi oggetti lo troviamo a monte di Ascoli nel disco cesellato proveniente da contrada Rio Nile insieme ad altri oggetti di un corredo femminile, mentre a pochi chilometri da Taverna Piccinini (Mozzano), proviene il tipo del disco-corazza a pallottole, una vera corazzatura composta da due dischi fissati al balteus trasversale che proteggono il petto e le spalle. È significativo che in questo corredo il balteus è fermato da ganci a pallottole secondo una tipologia caratteristica del costume maschile capenate, mentre nel teramano gli stessi ganci sono usati per bandoliere femminili. L'omologia materiale tradisce le differenze tra due comunità culturalmente distinte (NL).

Nel corso del VI sec. a.C., l'Età arcaica, la civiltà picena raggiunge il suo culmine, come dimostra la maggiore quantità dei siti noti e l'ostentata ricchezza dei corredi femminili. Anche il vasellame presenta tipologie nuove, come la scodella-attingitoio, e tuttavia mostra una estrema fragilità: la ceramica viene lavorata per lo più a mano senza tornio veloce e cotta a temperature troppo basse che ne compromettono irrimediabilmente la resistenza, tanto che si è ipotizzata la produzione a fine esclusivamente funerario. Tra il vasellame in bronzo, considerato in genere di importazione, spiccano invece alcune produzioni locali presenti a Forca e Rosara.

Lungo la media e bassa valle del Tronto, dove già attorno all'inizio del VII sec. a.C. erano stati abbandonati i siti a bassa quota (Casale) in favore dei siti d'altura, nel corso dell'Età arcaica si riconosce una straordinaria concentrazione demografica, testimoniata dalle aree di necropoli, come quelle di Contrada Rocca, Case Bianche, Contrada Sterpare e Colle Vaccaro che circondano l'altura di Colli del Tronto, e quelle a breve distanza di Spinetoli e di Monsampolo. Questa forte densità abitativa si può mettere in relazione con la presenza di un importante nodo viario in corrispondenza di un guado del tratturo nord-sud che collegava la valle del Tesino con quella del Vibrata e, probabilmente anche della presenza ancora funzionale di un approdo fluviale per i traffici maruttimi. In questa zona infatti, dall'VIII fino al VI sec. a.C si concentrano oggetti d'importazione adriatica che per quantità superano quelli noti nell'area di foce. La presenza di una zona di scambi traspare anche dalla varietà di rituali funerari presenti con tombe a ciottoloni e tombe a circolo, che sono normalmente estranee alla tradizione locale e si spiegano probabilmente proprio come sepoltura di stranieri.

Sul piano linguistico il Piceno meridionale usa la scrittura denominata sud-piceno, per distinguerla da quello nord-picena delle stele di Novilara presso Pesaro. Le iscrizioni note dell'ascolano sono bustrofediche, tradiscono un vocabolario imparentato col sabino e permettono di identificare un'ulteriore divisione dialettale, che distingue la valle del Tronto con un'espansione sulla costa verso Sant'Omero (Teramo), dove i principi sono definiti nirf, dalla zona abruzzese che li chiama nerf. Una distinzione che potrebbe corripondere anche ad una differenza politica o etnica contrapponendo i principi sabini (sabinum nerf) di Penne Sant'Andrea (Teramo) da quelli piceni (pupunis nirf) di Loro Piceno (Macerata). Si tratta per lo più di stele funerarie che si distinguono anche per un altro aspetto: quelle marchigiane sono sempre informi (aniconiche) mentre quelle dell'area abruzzese rappresentano più o meno accuratamente la figura umana. Dal territorio ascolano, in particolare, proviene il noto cippo di Castignano, con un'iscrizione celebrativa che ricorda gli antenati. L' importanza culturale e probabilmente politica della differenza linguistica tra le due aree è confermarta anche dalla differenziazione nel rituale funerario: le sepolture a nord del Tronto sono a fossa semplice coperta di terra, a sud (Rosara), sono coperte da accumuli di ciottoli. Unica zona di commistione è quella già citata di Colli, che come abbiamo visto trova una sua spiegazione nella funzione di area di scambi. Alla fine del VI sec. a.C., mentre il resto del Piceno risente di nuovi fermenti testimoniati dalla fondazione dell'emporio piceno di Numana, l'ascolano resta più tradizionalmente legato ai traffici con l'area falisco-capenate. Nella prima metà del V sec. a.C. i corredi funerari vedono un vistoso aumento del materiale d'importazione a scapito di quello di produzione locale e di matrice picena. Si nota anzi in genere , come ad esempio a Paggese, una sorta di standardizzazione del corredo che si omologa alle tipologie più diffuse in gran parte dell'ambito italico. Il bene primario di lusso è ora il vasellame greco a volte appositamente prodotto per il mercato piceno (NL).

Fig.3.02.02. Disegno schematico della media e bassa valle del Tronto
Fig.3.02.02. Disegno schematico della media e bassa valle del Tronto

Pur in assenza di chiare attestazioni archeologiche, occultate dalla continuità di insediamento del sito sino all'epoca moderna, dobbiamo pensare che anche ad Ascoli sia cresciuto un villaggio di questo genere. Soprattutto durante il V sec. a.C. il centro dovette iniziare il suo sviluppo in senso proto-urbano, forse anche grazie all'apporto dei sabini discesi dall'area appenninica. In questo lungo periodo storico il corso del fiume sembra configurarsi come confine culturale più che come tratto di unione, com'è dimostrato dalla differenziazione dei costumi funerari attestati nelle necropoli rinvenute sulle due sponde. Pare evidente che il guado del fiume, specie nella media e bassa valle, non doveva essere agevole ovunque. Un'eccezione, per la commistione degli usi culturali, e allo stesso tempo una conferma, per il fatto di svilupparsi probabilmente in coincidenza di un guado, ci viene dalla necropoli di Colle Vaccaro (Colli del T.).

Differenziazione culturale si riscontra anche con il settore più interno dell'ascolano, dove sono meno evidenti i confronti con il mondo etrusco mentre paiono più forti il contatto con l'ambito laziale (falisco-capenate) e la mediazione con il settore abruzzese, per il quale la dorsale meridionale dell'alta valle del Tronto non rappresenta una causa di discontiunità.

Con la fine del secolo e il principio del seguente (IV sec. a.C.) si accentua la presenza del popolamento rurale sparso, con una forte connotazione verso l'economia agricola e una tendenza a occupare i medesimi luoghi ove sorgeranno le fattorie dei coloni romani. Il pericolo delle scorrerie dei galli, che dall'area padana avevano ormai occupato tutta la regione a nord dell'Esino, non pare aver lasciato tracce significativa sul territorio ascolano. Tuttavia il fenomeno fu comunque denso di conseguenze per il Piceno in generale poiché portò all'alleanza con Roma al fine di arginare l'espansione gallica nella battaglia del Sentino (Sassoferrato) nel 295 a.C.

Nel corso del V a.C. le necropoli arcaiche si diradano e le aree di abitato scendono su posizioni di mezza costa o di dorsale ancora libere. Spesso in questi siti si avrà la sovrapposizione con le fattorie romane, come a Castel di Lama, Comunanza di Monsampolo e Santa Cristina a Colli. Si può riconoscere in questo una decisa conversione dell'agricoltura verso la specializzazione in prodotti pregiati come la frutta, il vino, le olive che resteranno famosi anche in epoca romana. Alcuni collocano in questo periodo l'arrivo di gruppi sabini sulla scia delle migrazioni primaverili ricordate dagli autori romani (ver sacrum, primavera sacra), che avrebbero fornito lo stimolo che innescò il vero e proprio processo di urbanizzazione dell'abitato di Ascoli che venne ad assumere il ruolo di metropoli del Piceno. Il IV sec. a.C. vide la fondazione siracusana di Ancona e l'accentuarsi dell'infiltrazione gallica anche a sud dell'Esino. In realtà in quest'area meridionale del Piceno le presenze celtiche paiono più sporadiche, anche se a Campovalano (Chieti) le tombe a fossa senza tumulo di IV-III sec. a.C., con spada piegata, parrebbero rientrare proprio nella tradizione celtica. D'altronde una tomba oggi perduta con il tipico elmo gallico "a fantino" venne scoperta anche a Sant'Egidio alla Vibrata (Teramo) subito a sud del Tronto. In ogni caso la pressione celtica portò al patto di alleanza dei piceni con Roma e all'inizio di una irreversibile fase di declino (NL).

Dopo la battaglia del Sentino, uno scontro fra nazioni che vide l'alleanza romano-picena vittoriosa su quella etrusco-gallica, tutto il territorio a nord dell'Esino fu acquisito da Roma e si innescò inevitabilmente la dinamica che portò in breve alla romanizzazione delle Marche meridionali. Si ebbe così lo scontro tra gli antichi alleati e la sottomissione a Roma del Piceno, nel 269 a.C., e di Ascoli che conservò inizialmente lo statuto di città alleata, prima di diventare Romanizzazione municipio e quindi definitivamente colonia romana in età triumvirale-augustea (I sec. a.C.). Il territorio ascolano comprendeva il bacino del Tronto (Truentum) anche se non rientrava nell'ambito amministrativo della colonia l'area di foce, dove sorse sin dal I a.C. il municipio di Castrum Truentinum, antico porto sul Tronto corrispondente all'abitato odierno di Martinsicuro (Case Feriozzi).

All'interno di questo vasto territorio, che comprendeva realtà geografiche diverse, i caratteri del popolamento risentirono in misura differente nella varie epoche del condizionamento ambientale imposto dalla morfologia dei luoghi. Esso fu certamente maggiore nell'area montana, dove le scelte antropiche risultano tuttora piuttosto stabili e durature, mentre nella media e bassa valle il popolamento poté avvalersi di una maggiore varietà di soluzioni. Un primo aspetto notevole è certamente dato dalla sostanziale stabilità del sistema stradale. Il principale percorso, infatti, è sempre stato costituito dalla via Salaria che, guadagnata la valle del Tronto dopo aver attraversato le Gole del Velino, la percorre fino alla foce, cambiando più volte sponda. Questo antichissimo asse di percorrenza, legato a tracciati di transumanza fra interno appenninico e area medioadriatica, ha fortemente attratto anche il popolamento, tanto che la maggior parte dei siti romani dell'alta valle si disloca lungo il suo tracciato, come la villa di Torrita, presso Amatrice (I a.C.-III sec. d.C.), i resti di San Valentino, Pescara, Trisungo, Acquasanta, Marzola, Cavaceppo, Caprignano (rimanendo nel settore a monte di Ascoli). Pare significativo che alcune segnalazioni minori poste a una certa distanza dalla strada consolare, come quelle di Piedilama, si trovino comunque lungo alcuni suoi diverticoli, nel caso specifico quello che prende le mosse da San Salvatore di Arquata (Surpicano). Un altro fattore di ordine del popolamento romano, almeno nella media e bassa valle, è dato dalla presenza di un regolare e organizzato appoderamento agrario. L'esistenza di aree di centuriazione entro cui si ponevano le proprietà fondiarie romane viene attestata non solo dai resti archeologici di probabili ville rustiche, ma anche dai numerosi toponimi prediali, come Cagnano e Mozzano.

Il rinnovamento edilizio in atto in Età augustea (I a.C.-I d.C.) nell'area urbana di Ascoli dovette riverberarsi anche nel territorio circostante. Spia evidente ne è la creazione di nuovi catasti con divisioni agrarie regolari centuriazione, oltre allo stesso consolidamento del sistema stradale, che si avvalse di un sistema di manutenzione (cura viarum) e di infrastrutture stabili, come i cippi miliari con le indicazioni delle distanze itinerarie in miglia, i ponti, le sostruzioni, i tagli e le stazioni di posta. Tra queste, oltre a quelle inserite nel cursus publicus (la viabilità pubblica), se ne notano alcune frutto di iniziativa privata, com'è probabilmente il caso di Quintodecimo, che non viene segnalata negli itinerari ufficiali ma che perpetua probabilmente un punto di sosta gestito autonomamente. Degno di nota anche il sito di ad Aquas (Santa Maria di Acquasanta), con la stazione termale nota anche a illustri personaggi romani. Per quanto riguarda la centuriazione sembra che l'organizzazione degli appezzamenti sia avvenuta secondo una sorta di progressione. Probabilmente una prima fase della romanizzazione (età municipale) interessò i terrazzi fluviali più bassi e prossimi al fiume, che difficilmente erano stati occupati in precedenza e che quindi non comportavano troppi espropri. Si trattava, infatti, di zone di pianura che potevano sviluppare una forte vocazione agricola a patto di regolamentarne l'assetto idraulico. In un secondo momento (età augustea) sappiamo dalle fonti scritte di carattere agrimensorio che l'opera di appoderamento si ampliò tanto che si dovette estendere verso sud l'area centuriata a scapito del territorio teramano, probabilmente interessando le valli del Vibrata e del Salinello e le basse colline circostanti. Una epigrafe funeraria recentemente scoperta presso Civitella del Tronto, nel teramano, conferma questa ipotesi ricostruttiva, poiché ricorda due fratelli iscritti nel distretto elettorale dei cittadini ascolani (tribù Fabia). Infine, al tempo dell'imperatore Claudio (metà del I secolo d.C.), fu utilizzato un sistema particolare con appezzamenti allungati che faceva uso come elemento di confine di piccole vaschette-abbeveratoio poste negli incroci principali. Le fonti scritte testimoniano che nel settore montano più interno, verso i Monti Sibillini (montes Romani), era radicata anche la presenza di terre di proprietà comune a uso misto, non solo agricolo ma anche per il pascolo e la raccolta del legname (saltus) .

Il cambiamento del paesaggio di epoca romana fu dunque un evento di notevole portata, fondato su una grande capacità di leggere e recepire le potenzialità del territorio, incentivando al massimo l'attività agricola nelle vallate attraverso la centuriazione (che permetteva una gestione stabile e proficua del suolo) e la proprietà privata (che veniva incontro alle esigenze e alle dinamiche sociali ed economiche più pressanti). Nella aree di montagna, invece, le caratteristiche ambientali condizionano fortemente la vita degli uomini indirizzandoli verso scelte obbligate e accentuando in maniera piuttosto netta la tendenza conservatrice. Qui le infrastrutture romane seppero adeguarsi più naturalmente all'ambiente circostante, accettandone il condizionamento imposto e sfruttandolo attraverso modelli di sfruttamento antichi e tanto vincenti da essere ancora oggi vitali e ben radicati, come quelli dei terreni di proprietà comune. Questo sistema privilegia un'economia mista, che integra i proventi dell'attività agricola (condotta solo nei settori ambientalmente più adatti e quindi minoritari) con quanto è possibile ricavare dal calibrato sfruttamento delle altre risorse naturali, incentivando quindi allevamento e raccolta del legname.

Fig.3.02.03. Viabilità principale del Piceno meridionale
Fig.3.02.03. Viabilità principale del Piceno meridionale

All'interno di questo paesaggio organizzato dovevano disporsi numerose ville e insediamenti rurali lungo tutta la vallata, ma anche nell'immediata area extraurbana di Ascoli come nel caso delle probabili ville suburbane di Caprignano e Pescaretta a ovest, di Borgo Solestà a nord, di contrada Gran Caso e Castagneti a est. Il popolamento pagano-vicanico (i vici e i pagi erano unità insediative minori sparse sul territorio) ricordato anche da Strabone per il tessuto insediativo del Piceno, trova conferma nei dati emersi dalle ricognizioni sul territorio e pare configurarsi in sostanziale continuità con le scelte insediative già inaugurate sullo scorcio dell'epoca picena, quando già si erano iniziati ad accentuare i caratteri rurali e la vocazione agricola, specialmente nella zona di media e bassa valle. Ai siti di altura si alternano quelli sui terrazzi fluviali, spesso anche piuttosto estesi, con un significativo addensamento nelle aree interessate dalla centuriazione. La localizzazione del popolamento rurale traspare ancora una volta dalla toponomastica grazie ai numerosi toponimi toponimi prediali (Maltignano, Ancarano, Castorano, Appianano, Castignano). Decisamente significativi sono i resti romani testimoniati ormai solo dalle aree di dispersione di materiali fittili nel corso delle arature sulle colline dello spartiacque settentrionale, specialmente sui pendii esposti a mezzogiorno. Qui i ruderi delle strutture romane sono talvolta imponenti, come nel caso delle cisterne di Villa Cese e Cole Cese, sulle dorsali sopra il torrente Chifente. In questo settore si è proposto di riconoscere l'appoderamento agrario di età claudiana, che in effetti trova significativi riscontri topografici e archeologici, per la presenza di numerose vaschette di travertino forse identificabili con le famose arcellae utilizzate come termini delle divisioni di quell'epoca. Tra i siti più significativi del settore a sud del Tronto, quello tra Vibrata e Salinello dove si è proposto di riconoscere l'espansione della pertica ascolana a discapito di Interamnia (Teramo), va certamente ricordato il vicus stramentarieus (Santa Maria a Vico), che pare dotato di magistrati propri almeno in materia religiosa, come documentato dal decreto degli addetti al culto di Ercole (cultores Herculis) ancora in età imperiale. Nel corso dell'età medio-imperiale, specialmente tra I e II secolo d.C., la continuità insediativa dei siti rurali si definisce meglio anche con lo sviluppo di strutture a carattere più decisamente residenziali, come accade ad esempio nelle ville di Torrita e Cavaceppo. Si distingue ora la presenza di una zona residenziale (pars urbana) e di una zona produttiva (pars rustica) a cui talvolta si affianca la presenza di impianti artigianali, anche se mancano ancora attestazioni di ville con spiccata vocazione latifondista. Unica nota di dinamiche di espansione indebita della proprietà privata ci giunge, insospettatamente, dall'area interna dei Sibillini (montes Romani) e si riferisce ad un episodio dell'età di Antonino Pio di cui si rese colpevole il ricco latifondista Vettio Rufino che avrebbe tentato di accaparrarsi alcune terre comuni (saltus) forse presso Vezzano di Pescara del Tronto.

Questa gestione delle terre alte ha nell'uso collettivo l'elemento caratterizzante e vincente, come dimostra la successiva diffusione di analoghe forme di uso del suolo in età medievale (gualdus longobardo) e moderna (comunità montane). Non si deve necessariamente pensare a una continuità strutturale o topografica del compascuo romano fino all'età medievale, quanto di una perpetuazione di pratiche preesistenti dettate da una sorta di destinazione obbligatoria delle aree montane. Si tratta perciò di zone di confine per caratteristiche ambientali e topografiche, ma non per questo meno redditizie e anzi probabilmente anch'esse fonte di stabile ricchezza, come dimostra ad esempio l'iscrizione della prima età imperiale rinvenuta presso Capestrano (L' Aquila) che ricorda la costruzione di un portico grazie ai proventi di questo modello economico (ex pecunia saltuaria, ossia grazie al ricavato del saltus).

Un'evoluzione diversa è in atto invece nella media e bassa valle sul finire dell'epoca romana. Nel complesso le testimonianze archeologiche di carattere rurale sembrano recedere gradualmente dopo l'apice dei secoli I-II d.C. e forse già questo dato potrebbe nascondere le conseguenze di un insospettato ingrandimento delle proprietà fondiarie a danno dei piccoli coltivatori. Tuttavia, ciò non si traduce in un vera e propria crisi, almeno fino ai secoli IV-V d.C., quando il fenomeno si accentua, specialmente dopo le invasioni capeggiate dal sovrano goto Alarico. L'insicurezza delle campagne e lo spopolamento innescato dai periodi di pestilenza e carestia, ben testimoniato da Procopio per il periodo della guerra greco-gotica (sec. VI d.C.) nella regione marchigiana, dovette provocare uno scarso presidio sulle infrastrutture territoriali che accellerò ulteriormente i fenomeni di dissesto, ancor più aggravati dal contemporaneo peggioramento climatico. Nell'ascolano, come in molte aree limitrofe, ciò provocò un progressivo ritorno delle aree di incolto e di ristagno, faticosamente sottratte alla natura dal lavoro quotidiano dei coloni romani. Situazione che in parte è giunta sino all'età moderna, com'è testimoniato dall'ampia diffusione di zone malariche ancora nel secolo XIX.

Fig.3.02.04. Schema della centuriazione del territorio ascolano
Fig.3.02.04. Schema della centuriazione del territorio ascolano

La parabola discendente accomuna anche i centri litoranei, come Martinsicuro (Castum Truentinum) che vide un significativo restringimento dell'abitato ridotto all'area portuale e all'arroccamento sulle sue torri costiere. Contemporaneamente deve essere avvenuta la decadenza di Cupra Marittima che dall'età medievale non viene più menzionata per i suoi edifici di culto nelle Rationes Decimarum, mentre vi viene ricordata la Pieve di Marano (plebs de Marano). In generale la diffusione delle pievi nell'ascolano pare piuttosto scarna e sempre più rarefatta mano a mano che si risale la valle verso ovest, nel settore interno. Le Constitutiones Aegidianae, un testo del 1357, nel riportare i principali nuclei, ricordano Ascoli tra gli insediamenti maggiori (civitates maiores); Arquata e Offida tra gli abitati e i territori grandi e di medie dimensioni (civitates et terrae magnae et mediocres); Appignano, Cossignano, Montalto, Monte di Nove, Force e Castignano tra quelli piccoli (terrae parve); Rotella tra i minori (terrae minores).

Questo discorso sull'evoluzione del paesaggio trova ulteriori elementi di riflessione nella considerazione della viabilità. Infatti, anche se il sistema stradale romano rimase sostanzialmente stabile, si verificarono comunque alcuni cambiamenti significativi dettati da ragioni storico-geografiche o dalla mancanza di manutenzione nei percorsi condizionati dalla funzionalità delle infrastrutture. In alcuni casi i cambiamenti non produssero necessariamente uno scadimento, ma semplicemente un'inversione di gerarchie tra aree marginali che acquisirono nuove valenze strategiche e aree un tempo prospere che ridussero la loro redditività economica. È il caso di valle Castellana, che divenne una direttrice privilegiata di penetrazione verso sud per l'espansione longobarda, com'è attestato dall'insediamento di Castel Trosino, mentre la media e bassa valle del Tronto furono a lungo contese tra longobardi e bizantini, tanto da compromettere anche l'unità del percorso della via Salaria. Lo scadimento delle antiche strutture di servizio romane è testimoniato dal fatto che molte delle stazioni della via Salaria non conobbero continuità insediativa in epoca medievale, mentre tornarono a essere privilegiati i siti d'altura, dove sorgono ancora gli abitati moderni, come Offida, Acquaviva, Monsampolo, Ancarano.

Questo contenuto fa parte del volume:
Groma 1. Archeologia tra Piceno, Dalmazia ed Epiro

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