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3.03 Il caso di Acquaviva Picena

Tommaso Casci Ceccacci, Letizia Neroni

Il territorio di Acquaviva Picena è caratterizzato da un paesaggio collinare dalla morfologia abbastanza dolce, plasmata dall'azione dei principali corsi d'acqua che presentano un identico andamento nord-ovest/sud-est. La rete idrografica secondaria, invece, è costituita da corsi d'acqua a carattere torrentizio molto brevi e con pendenza accentuata, che hanno intagliato i terreni argillosi e sabbiosi creando vallecole laterali profondamente incassate. Un elemento importante per il popolamento è dato, inoltre, dalla presenza di numerose sorgenti.

I depositi superficiali, costituiti da sabbie e ghiaie di origine alluvionale, si sovrappongono alle argille di Epoca pleistocenica, determinando così la formazione di sorgenti, in corrispondenza delle quali sono state spesso rinvenute numerose testimonianze archeologiche (LN).

Le prime attestazioni del popolamento appartengono alle fasi avanzate del Neolitico e provengono dalla località Monte Tinello.

L'insediamento, riferibile alla cultura di Ripoli si data indicativamente alla seconda metà del IV millennio. Le indagini archeologiche hanno posto in luce 14 fondi di capanne, alcuni con tracce di intonaco e di focolari per cui si è ipotizzata una funzione abitativa, anche se in totale mancanza di buche di palo o di sistemazioni pavimentali riconoscibili. La produzione ceramica, realizzata prevalentemente in impasto grossolano e depurato, sembra caratterizzata da poche tipologie con poche varianti, con una netta maggioranza delle forme aperte su quelle chiuse. Rilevante la presenza di ceramica figulina. Il sito di Monte Tinello non sembra partecipare dell'intensificazione dei rapporti e degli scambi tra le varie culture presenti in Italia alla fine del Neolitico, ma al contrario, si presenta molto radicato nel contesto locale della cultura di Ripoli con qualche elemento esterno, forse comunque filtrato attraverso la regione abruzzese (LN).

Non possediamo attestazioni relative alla successiva età eneolitica. Tuttavia questo settore del territorio marchigiano rivela un popolamento di grande vitalità già nelle fasi più antiche dell'età del bronzo. È a questo momento infatti che si datano alcuni ritrovamenti archeologici riferibili alla cosiddetta cultura di Ripatransone, caratterizzata dal rinvenimento di importanti ripostigli (gruppi di oggetti sepolti intenzionalmente che, al momento del ritrovamento vengono rinvenuti interi, se destinati direttamente alla vendita, o spezzati, se destinati a una nuova fusione. Creati da artigiani metallurghi itineranti, questi ripostigli costituivano le loro preziose scorte). Anche ad Acquaviva, in località Contrada Fonte Paterno, è stato rinvenuto uno di questi ripostigli di asce in bronzo a bordi rialzati che costituiscono una tipologia specifica (tipo Acquaviva Picena). Per le successive fasi dell'età del bronzo possediamo solo labili tracce, spesso dovute a rinvenimenti occasionali della fine dell'Ottocento. Tra il X e il IX sec. a.C., in area medioadriatica, assistiamo all'emergere di raggruppamenti culturali omogenei in aree confinanti, in cui gli elementi originari vengono mutati dagli intensi rapporti commerciali e culturali con l'opposta sponda dell'Adriatico e con le altre culture italiche dell'età del ferro da cui nasce la civiltà picena.

Ad Acquaviva, come spesso nel territorio ascolano, l'origine dell'insediamento si pone tra il piceno I e II. L'abitato occupava una posizione privilegiata delineata dalla cintura dei sepolcreti più che da ritrovamenti veri e propri. La dislocazione topografica delle necropoli rinvenute ad Acquaviva, datate tra l'VIII e il V sec. a.C., corrisponde a una distribuzione a raggiera attorno all'altura occupata dal borgo medievale. Tuttavia il sepolcreto rinvenuto sul colle di San Francesco invita a pensare a una strutturazione non propriamente unitaria dell'abitato, probabilmente frazionato su due colli vicini. Saggi archeologici hanno accertato proprio sul colle dell'Abbadetta l'esistenza delle uniche aree insediative finora note: il fondo della camera di combustione di un forno per cottura di ceramica, in contesto stratigrafico assegnato all'VIII-VII sec. a.C. e un vasto piano di argilla, intaccato da cinque buche per pali lignei e da una breve canaletta, sul quale poggiavano alcuni frammenti di intonaco, databile a un momento avanzato del VI sec. a.C. Questa situazione potrebbe suggerisce sia l'esistenza di più strutture insediative minori distinte dall'abitato principale, probabilmente a carattere essenzialmente produttivo, ma anche l'esistenza di due poli abitativi vicini e contemporaneamente dominanti senza distinzione gerarchica. Nel secondo caso la piccola conca intermedia potrebbe rappresentare l'area pubblica di pertinenza della comunità.

Nella ricostruzione del popolamento acquavivano si apre ora un'ampia lacuna dovuta all'assenza di testimonianze archeologiche: non si conoscono né le fasi finali della civiltà picena né il processo che porterà alla romanizzazione. I rinvenimenti di età romana, datati solamente a partire dalla prima età imperiale, si limitano alle strutture pertinenti ad alcune fattorie e agli impianti di ville a forte vocazione produttiva, ubicati sui versanti collinari a morfologia più dolce, caratteristici di un popolamento sparso e capillare assai comune in tutta la regione. Il rinvenimento di due epigrafi, quella dell'architetto Publio Buxurio Tracalo del municipio di Castrum Truentinum (Martinsicuro) e quella del commerciante di porpora (purpurarius) Caio Marcilio Eros che fu magistrato municipale (quinqueviro), lasciano supporre che il territorio di Acquaviva Picena dovesse afferire alla città di Castrum Truentinum, sorta alla foce del Tronto.

Fig.3.03.01. Localizzazione dei rinvenimenti archeologici nel territorio di Acquaviva Picena (M. Cameli)
Fig.3.03.01. Localizzazione dei rinvenimenti archeologici nel territorio di Acquaviva Picena (M. Cameli)

Questo contenuto fa parte del volume:
Groma 1. Archeologia tra Piceno, Dalmazia ed Epiro

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