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5.02. Sul campo: il municipium romano di Burnum (Drniš,Croazia)

Alessandro Campedelli, Federica Boschi, Antonio Curci, Michele Silani

Le prime campagne del Laboratorio di Rilievo delle Strutture Archeologiche nel sito di Burnum (2005-2006) sono state finalizzate a testare la validità di una serie di procedure e tecnologie di analisi del sito archeologico che non comportassero il ricorso allo scavo, sia per compararne i risultati, sia per verificare, attraverso un riscontro stratigrafico, la possibilità di una migliore interpretazione dei risultati di queste metodologie.

Indagini geofisiche tramite georadar e magnetometro

I metodi geofisici di indagine utilizzano la trasmissione di varie forme di energia attraverso il suolo per individuare evidenze presenti al di sotto del piano di calpestio. Gli strumenti utilizzati analizzano le anomalie che l'energia incontra nel propagarsi attraverso il suolo, in virtù della qualità dei corpi sepolti di avere caratteristiche fisiche diverse da quelle del corpo inglobante.

Nel corso del biennio 2005-2006 sono state applicate nel sito di Burnum due diverse metodologie di indagine: georadar e magnetometrico.

Il contributo che le metodologie geofisiche possono apportare all'indagine degli strati più superficiali del terreno interessati dalla presenza di evidenze archeologiche è ormai noto e adottato in modo frequente. Le prospezioni geofisiche permettono infatti una ricognizione del sottosuolo mediante la misura, effettuata dalla superficie terrestre, delle variazioni di alcune proprietà fisiche. Dalle trasformazioni spaziali e temporali di queste grandezze si possono ricostruire natura, dimensioni e profondità delle evidenze sepolte. Le diverse metodologie geofisiche consentono, dunque, di acquisire e interpretare alcune proprietà costitutive del terreno indagato e in particolare, nel caso specifico delle indagini finalizzate all'individuazione di testimonianze antropiche, se impiegate in modo integrato possono fornire un insieme sistematico di informazioni di grande utilità.

I metodi georadar (GPR), magnetometrico e geoelettrico sono quelli più frequentemente impiegati nella ricerca archeologica.

a) METODO GPR (Ground Penetrating Radar). Si tratta di una tecnica che attraverso l'emissione di onde elettromagnetiche esplora il terreno con estremo dettaglio, consentendo di ottenere in tempo reale la "radarstratigrafia" del sottosuolo.

Basandosi sull'emissione e propagazione di impulsi elettromagnetici nel terreno e sui fenomeni di riflessione e rifrazione che essi subiscono nella loro propagazione, individua discontinuità geometriche ed elettriche nel sottosuolo. Il sistema genera un impulso elettromagnetico con frequenze comprese nell'intervallo 15-2500 MHz, che viene trasmesso in profondità. La propagazione dei segnali dipende dalle proprietà elettriche del mezzo attraversato (la grandezza fisica misurata è la costante dielettrica). Per il formarsi di una riflessione è necessario che ci sia una differenza nei valori della costante dielettrica dell'elemento sepolto e quella della matrice che lo contiene. In sostanza, viene misurato il tempo impiegato da un impulso a radiofrequenza emesso dal trasmettitore per arrivare all'oggetto e ritornare al ricevitore. Conoscendo la velocità di propagazione del segnale (che dipende essenzialmente dalla costante dielettrica dei materiali attraversati) e il tempo misurato è così possibile determinare la profondità dell'oggetto riflettente.

L'apparato strumentale è costituito schematicamente da due parti: un'unità di controllo, il cui componente principale è il trasmettitore, e il trasduttore, cioè l'antenna (o il complesso di antenne) trasmittente e ricevente. L'antenna viene spostata lungo la superficie da indagare e per ogni punto di questa viene ricavato un valore del tempo di andata e ritorno. Si ottiene così una "sezione di tempi radar" da interpretare in base alle superfici di discontinuità che si sono eventualmente messe in evidenza. La strumentazione ha la possibilità di utilizzare antenne di diverso tipo in ordine alle profondità da raggiungere e vale il principio che più alta è la loro frequenza, minore è la profondità che viene indagata. Normalmente vengono utilizzate antenne da 100 a 500 MHz. Trattandosi un sistema d'indagine lineare, devono essere eseguiti il maggior numero possibile di profili, in modo da coprire il più uniformemente l'area di interesse.

Negli ultimi anni il georadar ha conosciuto un impiego e uno sviluppo esponenziali nella ricerca archeologica; infatti, se la profondità e le dimensioni dei corpi da individuare sono compatibili con la penetrazione e la propagazione che gli impulsi sono in grado di raggiungere, l'elevata risoluzione che esso consente rispetto ad altri sistemi lo rende capace di individuare le strutture archeologiche con grande precisione. È però necessario che gli elementi sepolti siano costituiti da un materiale diverso rispetto a quello del terreno che li circonda poiché, in caso contrario, la loro presenza potrebbe risultare difficilmente leggibile sui radargrammi. Risulta inoltre l'unico sistema di indagine proponibile per l'archeologia urbana, anche perché su aree pavimentate o lastricate trova la sua migliore applicazione. I software più innovativi utilizzati per il processamento dei dati radar permettono operazioni di interpolazione fra tutti i profili e le tracce registrate, capaci di generare rappresentazioni d'insieme del volume di sottosuolo investigato e anche visualizzazioni tridimensionali.

b) Il METODO MAGNETOMETRICO consiste nel misurare i valori dell'intensità del campo magnetico terrestre, o del suo gradiente, e successivamente nell'analizzarne le variazioni o anomalie. Ovviamente, affinché si possa osservare un cambiamento significativo nelle misure magnetiche è necessario che vi sia un corrispondente contrasto tra le proprietà magnetiche delle formazioni antropiche sepolte e quelle del terreno circostante. Le variazioni magnetiche sono provocate dal contrasto della suscettività magnetica (proprietà specifica degli elementi) che caratterizza l'oggetto della ricerca (nel caso nostro, le strutture archeologiche sepolte) e la matrice che le contiene, contrasto che può essere più o meno marcato in rapporto alla concentrazione della magnetite presente nelle evidenze antropiche o nel terreno. In generale, tale contrasto risulta essere forte quando è alto il contenuto di magnetite in uno dei due elementi o quando sono subentrati fenomeni di stress termico sugli elementi stessi, come nel caso dei materiali in cotto (laterizi, ceramica, ecc.) o dei materiali venuti direttamente a contatto del fuoco (focolari, fornaci, ecc.). Il calore infatti agisce a livello atomico sull'orientamento dei dipoli magnetici dei singoli cristalli di magnetite, originariamente orientati in modo casuale, che tendono a disporsi tutti secondo la direzione del campo magnetico terrestre presente in quel luogo e in quel dato momento. Il successivo rapido raffreddamento "congela" l'orientamento magnetico acquisito (magnetizzazione termica).

Il metodo magnetometrico consente dunque, anzitutto, la localizzazione di corpi dotati di magnetizzazione, quindi i metalli, ma anche tutti quelli che hanno subito un processo di riscaldamento o surriscaldamento (forni, fornaci, focolari, manufatti in terracotta). Ben visibili risultano le anomalie prodotte da elementi in laterizio, malta, intonaco; meno nette possono essere le risposte di presenze quali fossati, murature in pietra, resti di costruzioni in materiali leggeri, ecc. Una condizione preliminare necessaria è che l'operatore che esegue il lavoro sul campo sia "magneticamente pulito", cioè privo di oggetti metallici che potrebbero influenzare i sensori.

Fig.5.02.01. Burnum, Croazia. Visualizzazione 3D di una slice (F. Boschi). Anche la rappresentazione tridimensionale del volume di sottosuolo indagato può aiutare nell’interpretazione dei dati (a sinistra). Sopra, restituzione ottenuta con il metodo magnetometrico in configurazione gradiometrica (acquisizione dati B. Frezza, M.E. Ghisleni, elaborazione e restituzione S. Campana, C. Felici).
Fig.5.02.01. Burnum, Croazia. Visualizzazione 3D di una slice (F. Boschi). Anche la rappresentazione tridimensionale del volume di sottosuolo indagato può aiutare nell’interpretazione dei dati (a sinistra). Sopra, restituzione ottenuta con il metodo magnetometrico in configurazione gradiometrica (acquisizione dati B. Frezza, M.E. Ghisleni, elaborazione e restituzione S. Campana, C. Felici).

c) METODO GEOELETTRICO. La prospezione geoelettrica si basa sulla valutazione delle proprietà elettriche del terreno, che può rivelarsi buono o cattivo conduttore a seconda delle componenti naturali o delle componenti antropiche sepolte. Un suolo a prevalente composizione sabbiosa tenderà a essere molto arido, quindi cattivo conduttore, e caratterizzato da un'alta resistività. Un suolo argilloso tenderà, invece, a trattenere l'umidità e avrà una resistività elettrica bassa. Una struttura sepolta, avendo una porosità nettamente superiore a quella del terreno circostante, si rivelerà con livelli di resistività più elevati; fossati riempiti e altre zone di terra smossa tenderanno a essere più umidi e a determinare quindi anomalie negative.

Il principio metodologico consiste sostanzialmente nella misura del campo elettrico creato artificialmente nel terreno con appositi dispositivi elettrodici, costituiti normalmente da due coppie di elettrodi infissi nel terreno, dei quali la prima coppia costituisce il circuito di iniezione di corrente, la seconda il circuito di misura della differenza di potenziale provocata nel terreno dal passaggio della corrente stessa. Più in particolare, si misurano le variazioni di tale campo elettrico indotte dalle strutture presenti nel sottosuolo. Queste variazioni possono essere più o meno accentuate in funzione del contrasto di resistività elettrica (il parametro fisico che viene misurato) esistente fra le strutture archeologiche (o qualsiasi altro elemento estraneo) e il terreno inglobante le stesse. Nella prospezione geoelettrica per ricerca archeologica si utilizza sempre più frequentemente una particolare configurazione elettrodica, chiamata "dipolo-dipolo", che rappresenta un'evoluzione dei tradizionali sistemi di misura impiegati. Tale configurazione è costituita da una doppia coppia di elettrodi, formata ognuna da un polo di corrente e da un polo di potenziale. Nelle operazioni di misura, mentre una coppia rimane fissa a rappresentare il punto di riferimento, l'altra coppia, quale sistema di acquisizione dati, si sposta sul terreno su tutti i punti di misura. La tecnica "dipolo-dipolo" consente di ottenere rispetto ai metodi tradizionali una maggiore precisione e velocità di misura, e un'alta sensibilità di discriminazione delle irregolarità elettriche potenzialmente legate alle strutture archeologiche.

Poiché dunque tutti i metodi geofisici misurano le variazioni di singoli parametri fisici del terreno, se impiegati da soli non permettono sempre una completa caratterizzazione della realtà sepolta. Un'indagine integrata, che prevede l'impiego interfacciato di diverse tecniche di indagine, può invece fornire, in linea di principio, un insieme di informazioni, acquisite da differenti punti di vista, in grado di aumentare l'affidabilità dell'interpretazione finale.

Il procedimento di analisi del paesaggio e del territorio più corretto e produttivo è senz'altro quello che considera le prospezioni geofisiche come il momento di verifica delle informazioni sulle preesistenze fisiche e antropiche di un territorio, ottenute attraverso l'acquisizione e l'interpretazione di immagini telerilevate (foto satellitari, foto aeree, foto da aquilone). In tal modo le indagini geognostiche possono permettere di entrare in contatto diretto con le evidenze identificate dall'alto, completando in modo determinante, sia sul piano qualitativo interpretativo che quantitativo, il quadro ottenuto dal telerilevamento (FB).

L'indagine geofisica con metodologia radar nel sito di Burnum è stata effettuata col principale scopo di riscontrare i dati desunti dai vecchi scavi, nonché di individuare e localizzare sulla cartografia la presenza di nuove o presunte evidenze archeologiche. Nelle zone oggetto della ricerca le sezioni radarstratigrafiche hanno rivelato un significativo contrasto dielettrico alla profondità media di 0,60-0,70 metri dal piano di frequentazione.

Fotografie aeree con aquilone (K.A.P.)

Per la realizzazione delle fotografie nel sito di Burnum, scattate da un'altezza variabile di 50-80 metri, è stato utilizzato un aquilone statico e un metodo di aggancio della macchina fotografica di tipo picavet; il controllo in volo della fotocamera (posizionamento e scatto) è stato effettuato mediante radiocomando. Sebbene le condizioni di vento non siano state ottimali per conseguire risultati di particolare rilievo, tuttavia è stato possibile ottenere una buona copertura aerofotografica delle aree indagate.

La fotografia aerea è la tecnica che permette di documentare i risultati della ricognizione aerea e può trovare applicazioni nella ricerca di nuove emergenze, nella documentazione, nella restituzione grafica, nella presentazione e nella conservazione dei siti archeologici.

Le fotografie aeree possono essere verticali o oblique. Le fotografie verticali sono scattate mantenendo l'asse della macchina fotografica ortogonale al piano del terreno. Vengono acquisite mediante sofisticate strumentazioni fissate ad aerei appositamente destinati e tale scopo. In origine la fotografia verticale aveva un utilizzo pressoché esclusivamente militare e cartografico. Oggi viene impiegata soprattutto per il monitoraggio ambientale o per la pianificazione di nuove vie di comunicazione e di infrastrutture. L'aereo effettua il rilevamento eseguendo una serie di voli paralleli durante i quali vengono scattate le fotografie, da una o più macchine fotografiche, a intervalli regolari, in modo che ogni fotografia venga parzialmente a sovrapporsi alle vicine in tutte le direzioni. Tale procedimento permette di ottenere, con la sovrapposizione di tutti i fotogrammi, una copertura integrale (fotomosaico) dell'area investigata. Le evidenze di interesse archeologico, in genere, appaiono sulle fotografie verticali quasi sempre per caso, anche perché sono pochi i voli eseguiti nel periodo dell'anno più idoneo ai fini archeologici.

Le fotografie oblique sono scattate con un angolo prospettico rispetto al piano del terreno, di solito da velivoli leggeri, elicotteri o dall'aquilone. Per l'indagine archeologica sono sicuramente le più adatte, offrendo una risoluzione e una ricchezza informativa nettamente superiori alle fotografie zenitali. Infatti, mentre queste ultime propongono una visione "piatta" del territorio, le fotografie oblique rappresentano vedute particolari e possono essere acquisite mediante una strumentazione fotografica elementare (macchine digitali), facilmente accessibile a tutti. Ovviamente, riguardando una porzione limitata e selezionata del territorio, non permettono una documentazione completa dell'area oggetto di interesse.

I momenti migliori per ottenere fotografie aeree di buona qualità sono il primo mattino o la sera, per poter sfruttare le condizioni favorevoli di luce radente. Un altro periodo promettente sono i mesi invernali, quando il sole è più basso sull'orizzonte per gran parte della giornata e l'effetto oscurante di alberi, cespugli o altre forme di vegetazione (pressoché prive di fogliame), comporta una minore obliterazione del terreno. Ovviamente, poi, le luci e le ombre appaiono più definite in condizioni di buona visibilità, quando l'aria è priva di vapore acqueo, polveri e inquinamento atmosferico.

Elementi antropici, topografici o paleoambientali di rilevanza archeologica sono riscontrabili su una fotografia aerea attraverso l'individuazione delle cosiddette tracce o anomalie, i segni osservati dall'alto che ne suggeriscono la presenza. Tra le principali tipologie di tracce si è soliti distinguere fra soilmark, cropmark e earthwork. I soilmark sono variazioni di colore riscontrabili sul suolo nudo, dovute alla diversa composizione del terreno che influisce sulla tessitura e sulla capacità di trattenere o rilasciare umidità, nonché sulla riflessione della luce. Per cropmark si intendono variazioni nella crescita, colorazione e altezza delle colture agricole. Gli earthwork sono, invece, tracce da microrilievo che possono essere dovute alla presenza di terrapieni, fossati, buche, cave ecc. Tutti questi tipi di tracce possono essere causati proprio dalla presenza di emergenze archeologiche nel sottosuolo (FB).

La fotografia aerea obliqua da aquilone (kite aerial photographs) è la tecnica che permette di realizzare foto aeree, da altezze variabili, sollevando una macchina fotografica per mezzo di un aquilone.

è evidente che, nell'utilizzo di questa tecnica, le variabili vento, tipo di aquilone e peso del sistema di aggancio della macchina fotografica possano influire sui risultati. Gli aquiloni più usati per la fotografia sono di tipo statico, perchè permettono di mantenere l'aquilone fermo in un punto per mezzo di un solo cavo.

Il principio di funzionamento della fotografia da aquilone si basa sulla sospensione di una macchina fotografica ad altezze variabili tra i 50-80 metri sostenuta dall'aquilone stesso.

I sistemi di sospensione, generalmente chiamati "culle", che permettono di sostenere e agganciare all'aquilone la macchina fotografica possono essere di tipo "manuale" (la macchina fotografica va posizionata nella direzione di scatto prima del volo), oppure "radiocontrollate" (la macchina fotografica può essere posizionata da terra mediante radiocomando). Oltre al posizionamento il radiocomando può fare eseguire anche lo scatto. Non esiste una culla ideale ma molteplici personalizzazioni a seconda delle diverse esigenze e delle caratteristiche del sistema. Il materiale più utilizzato per la costruzione delle culle è l'alluminio, per le sue caratteristiche di flessibilità e leggerezza.

I sistemi di aggancio delle culle si dividono principalmente in due gruppi. Il primo definito "a pendolo", dove la macchina fotografica, montata sulla culla che ne consente i movimenti e lo scatto, va appesa al cavo di ritenuta dell'aquilone mediante un sistema di sospensione che ne garantisca il fissaggio sicuro impedendone la rotazione e, per quanto possibile, ne limiti le oscillazioni. Il secondo chiamato picavet, dal nome del suo inventore, che consiste nel realizzare una stabilizzazione a mezzo di un cavo fatto scorrere su passanti disposti alle estremità di una croce. Tale sistema viene chiamato anche ellittico, in quanto se si tengono fisse le due estremità dei fasci funicolari, e si muove la culla sottostante, essa descriverà una curva ellittica. Ne esistono diverse varianti e realizzazioni (classico, a un solo asse, a croce).

Se da un punto di vista tecnico il metodo impiegato non può sostituire la fotografia aerea, che resta lo strumento più efficace per questo tipo di indagine, esso tuttavia consente di effettuare una ricognizione aerea relativamente semplice e a un costo molto limitato (MS).

Rilievo planoaltimetrico con stazione totale dell'anfiteatro

Il rilievo rappresenta il primo passo per la conoscenza dell'evidenza archeologica da indagare, poiché consente di definirla nelle sue esatte caratteristiche dimensionali.

Per il rilevo con ST dell'intera area sono state utilizzate tre punti di stazione all'interno dell'arena e due fuori dell'anfiteatro, davanti agli accessi nord ed est; il rilievo 3D è stato successivamente georeferenziato (secondo il sistema di proiezione cartografico utilizzato dalla Repubblica Croata) ed elaborato in ambito G.I.S.

Rilievo fotogrammetrico per la lettura stratigrafica degli elevati e la mappa del degrado

La lettura dei prospetti degli archi della basilica del municipio di Burnum si è basata su un rilievo fotogrammetrico che ha consentito di ottenere degli ortofotopiani su cui è stato possibile isolare graficamente le Unità Stratigrafiche Murarie (UUSSMM), campendole con colori diversi.

L'interpretazione delle fasi costruttive ha portato a individuare una sequenza piuttosto semplice, caratterizzata una principale fase costruttiva articolata nella realizzazione della struttura (UUSSMM 3-4) su cui si sono impostati tre azioni (UUSSMM 1-2, 5) di intervento decorativo (capitelli d'anta, conci e paraste decorate da modanature). Sulla struttura originaria si sono avvicendate azioni di degrado (USM 6), lesioni strutturali (USM 7) e recenti restauri (USM 8).

Sulla base dei fotopiani è stato possibile visualizzare i punti di maggiore criticità delle strutture, compilando la mappatura (censimento) del degrado e indicando i punti in cui più urgente appare la necessità di un intervento conservativo. Le frecce indicano i punti maggiormente esposti al dissesto statico a causa dei deterioramenti dovuti a eventi di varia natura (precipitazioni, temperature ed esposizione, porosità e caratteristiche proprie del materiale da costruzione, restauri con materiali non idonei).

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I materiali dei saggi di scavo

Per verificare l'attendibilità delle indagini non invasive, in particolare l'analisi comparata delle foto da aquilone e delle prospezioni geofisiche, sono stati realizzati alcuni saggi di riscontro stratigrafico in punti strategici per verificare la presenza e la profondità delle evidenze individuate. Oltre al riscontro dell'analisi strumentale, i saggi hanno restituito materiali archeologici utili a precisare l'inquadramento cronologico del sito, integrando le informazioni desunte dalle fonti e dai vecchi scavi.

I reperti materiali rinvenuti a Burnum, ancora in fase di studio, sono riconducibili a un orizzonte cronologico che va dalla prima età romana agli inizi dell'età tardoantica.

Dai livelli superficiali provengono esemplari riconducibili alle produzioni di terra sigillata africana e di ceramica da cucina di produzione africana, databili genericamente tra il III e il V secolo d.C.; presente anche un frammento di terra sigillata medioadriatica , anch'esso sommariamente databile tra III e V secolo. Una tale datazione concorda con la testimonianza delle fonti (Procopio) di un abbandono dell'insediamento a seguito del burrascoso periodo della guerra greco-gotica (vd. 3.05).

Di grande interesse è infine la presenza nei livelli inferiori, al di sotto di strati caratterizzati dalla presenza di materiali di età augustea, di diverse pareti di ceramica grezza le cui caratteristiche tecniche e formali potrebbero rimandare addirittura a epoca preromana; è infatti verosimile che le Unità Stratigrafiche più basse possano riconoscersi come il livello di frequentazione precedente alla romanizzazione e su cui poi gli stessi romani posero le loro basi una volta arrivati a Burnum (AC).

Indagini paleofaunistiche

I frammenti ossei recuperati nel corso della campagna 2006 risultano molto frammentati a causa delle tecniche di macellazione degli animali, generalmente condotta con pesanti colpi di lama metallica che hanno sezionato le parti anatomiche o lasciato profonde intaccature sulle ossa. Molto scarso è il numero di resti con chiare tracce di combustione, anche se è evidente l'esclusivo consumo alimentare della totalità della fauna rinvenuta. Il deposito non è stato setacciato durante lo scavo, ma un accurato recupero ha consentito il rinvenimento di ossa di piccole dimensioni, quali quelle degli uccelli.

Complessivamente i dati ricavabili dall'analisi faunistica, del tutto preliminari e basati su un quantitativo di reperti limitato dal punto di vista statistico, mostrano come l'economia animale fosse indirizzata esclusivamente verso lo sfruttamento degli animali domestici: in primo luogo gli ovicaprini, seguiti dai suini e solo in maniera limitata dai bovini, utilizzati soprattutto per la carne. Non vi sono particolari evidenze che testimonino lo sfruttamento dei bovini e degli ovicaprini anche per le loro risorse secondarie.

L'attività venatoria non è sicuramente attestata, mentre le risorse marine sono testimoniate esclusivamente da rari molluschi (ACu).

Georadar e raccolta dei materiali in superficie: il caso dell'area C

L'area C si trova a sud degli archi; nel 2005, essa era stata fatta oggetto di prospezioni georadar, che sono state integrate nel 2006 da un esame quantitativo e qualitativo dei reperti archeologici in superficie, con il fine di cercare di mettere in relazione concentrazioni significative con strutture sepolte.

L'area è stata divisa in quadrati regolari di 4x4 metri (la quadrettatura è stata rilevata con ST), nominati in senso sud-nord con lettere (A-N) e in senso ovest-est con numeri arabi (1-7). Il materiale archeologico raccolto, in grandissima parte costituito da frammenti laterizi, poca ceramica, alcune tessere di mosaico e solo un frammento di scoria ferrosa, è stato contato, pesato, e nei casi dove era possibile distinto per classi. Terminati il conteggio e la pesatura, il materiale è stato lasciato in situ.

Il dato di maggiore interesse per la verifica delle diverse metodologie utilizzate per l'indagine non intrusiva del sottosuolo viene dalla sovrapposizione dei dati provenienti dalla raccolta del materiale archeologico di superficie e quello delle prospezioni georadar: l'area di maggiore concentrazione di laterizi (sempre in base al peso), corrisponde pienamente con le principali e maggiori anomalie riscontrate dal georadar nell'area indagata.

Fig.5.02.03. Progetto G.I.S. di Burnum: concentrazione dei frammenti laterizi in base a peso generale dei frammenti (a sinistra) e presenza dei frammenti ceramici con distinzione quantitativa dei frammenti (a destra) (J. Bogdani, F. Boschi).
Fig.5.02.03. Progetto G.I.S. di Burnum: concentrazione dei frammenti laterizi in base a peso generale dei frammenti (a sinistra) e presenza dei frammenti ceramici con distinzione quantitativa dei frammenti (a destra) (J. Bogdani, F. Boschi).

Ricostruzione virtuale ipotetica della basilica forense

La realtà virtuale, o meglio l'archeologia virtuale, può essere, se condotta con criteri filologici, ossia esplicitando con chiarezza le fonti di partenza e denunciando il grado di attendibilità della ricostruzione, un valido ausilio:

- in fase di studio, perché consente di mettere alla prova varie ipotesi ricostruttive, calandole nella realtà, anche se virtuale, della costruzione "fisica" di un modello 3D;

- in fase di valorizzazione e divulgazione, fornendo un'immagine accattivante e comunicativa al pubblico.

Il caso delle ricostruzione ipotetica della basilica forense di Burnum si presentava quindi particolarmente indicato per testare la validità di tale metodologia, condotta attraverso un software di semplice utilizzo (@LastSoftware SketchUp 5), su un'evidenza archeologica di cui, all'occhio dello spettatore, è rimasto ben poco (due archi), ma che, vista attraverso una molteplicità di fonti e un'attenta osservazione, può esprimere ben più di quanto ci si aspetterebbe.

Le fonti per la ricostruzione virtuale della basilica forense di Burnum sono:

- l'analisi autoptica dello stato di fatto e i risultati della lettura degli elevati;

- i dati desunti dai vecchi scavi (in questo caso, la pianta);

- le fonti iconografiche storiche, che registrano il monumento in un migliore stato di conservazione (incisione di J. Leonardis a corredo del Viaggio in Dalmazia di A. Fortis, Venezia 1774; vd. anche 3.05 e vd. anche 6.06);

- i confronti con analoghi edifici, desunti dalla letteratura scientifica.

Fig.5.02.04. Ricostruzione virtuale ipotetica della basilica forense di Burnum (E. Ravaioli)
Fig.5.02.04. Ricostruzione virtuale ipotetica della basilica forense di Burnum (E. Ravaioli)

Obiettivo delle prossime campagne di scavo, dal 2007 affiancate alla summer school In profondità senza scavare, dedicata alle metodologie di indagine non invasiva per l'archeologia, è di coprire attraverso la sperimentazione e l'utilizzo di diverse metodologie di indagine geofisica tutta l'estensione dell'insediamento, compiendo piccoli saggi mirati a riscontro stratigrafico delle indagini predittive (AC).

Questo contenuto fa parte del volume:
Groma 1. Archeologia tra Piceno, Dalmazia ed Epiro

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