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6.02 Storia delle ricerche archeologiche nel territorio di Acquaviva Picena

Monica Cameli

Relatore: Giuseppe Lepore - Correlatori: Enrico Giorgi, Nora Lucentini

Tesi di Laurea in Conservazione - dei Beni Culturali - Università di Bologna

Il territorio di Acquaviva Picena, anche se di modesta estensione, ha restituito nel corso del tempo numerose testimonianze archeologiche che coprono un periodo molto ampio che ha inizio dalla preistoria, anche se il suo centro storico viene sovente identificato quasi esclusivamente con la mole della Fortezza medievale, che nei secoli ne è divenuta simbolo.

L'interesse per l'archeologia nasce al principio del secolo XIX, quando era ancora viva l'eco per gli eccezionali ritrovamenti nelle città vesuviane, e risponde a una passione antiquaria che, nata già nel Cinquecento, trova in ambito locale i suoi appassionati cultori a partire dalla fine del Settecento, quando si trovano i primi studi che tentano di delineare un quadro storico locale. Essi esplorano dimensioni più o meno ampie che vanno dall'orizzonte regionale a quello municipale: dalla monumentale opera dell'abate Colucci sulle Antichità picene al volume del Vicione sulla supposta origine etrusca di Ripatransone, che associa a dati storici interpretazioni oggi alquanto discutibili. Si incrementa inoltre la mole di reperti archeologici venuti alla luce spesso in casi fortuiti o in scavi non scientificamente controllati. Le ricerche erano infatti compiute, più che per ricostruire le diverse fasi storiche, per incrementare le collezioni artistiche; esse quindi tenevano in scarsa considerazione i contesti di appartenenza privilegiando l'aspetto estetico e il pregio artistico dell'oggetto in sé.

La notizia più antica risale alla metà dell'Ottocento, e riguarda un corredo tombale databile al V-IV sec. a.C. rinvenuto il 29 marzo 1845 in contrada Madonna delle Piane. Filippo Bruti Liberati ne fornisce una particolareggiata descrizione.

Filippo Bruti Liberati, della vicina Ripatransone, abbandonò la professione forense per dedicarsi allo studio delle antichità locali grazie alle cospicue risorse economiche personali. Fecondo scrittore, pubblicò più di 350 opuscoli su vari soggetti, alcuni dei quali legati all'archeologia, noti come Lettere sulla via Cuprense. Le Lettere riguardano i materiali trovati negli sterri per costruire la strada di collegamento veloce tra Montalto delle Marche e Grottammare, ritenuto territorio della città romana di Cupra (ubicata in contrada San Martino a Grottammare, oppure in contrada La Civita a Cupra Marittima). La tomba di contrada Madonna delle Piane non rientra nel percorso della strada ma viene trattata poiché il suo corredo fu venduto a due suoi concittadini.

Si trattava di pezzi unici e di straordinaria importanza quali un cratere attico a figure rosse che potrebbe essere identificato con quello conservato presso il Museo di Ripatransone, un'applique (ornamento per mobile) in bronzo che ritraeva le metà anteriori di due cavalli e un candelabro anch'esso in bronzo di probabile fattura etrusca. La descrizione degli oggetti e i disegni eseguiti da Lucidio Benvignati furono inviati a Fermo a Gaetano De Minicis perché li studiasse. Purtroppo questi disegni non sono stati ancora rintracciati a causa dello smembramento e della parziale dispersione dell'archivio dello studioso, in gran parte conservato presso la Biblioteca Civica di Fermo insieme al ricco patrimonio librario suo e del fratello Raffaele. Una sezione del suo archivio è reperibile a Bologna presso la famiglia Zenobi, che ne è entrata in possesso per questioni ereditarie, e custodisce il carteggio tra Gaetano De Minicis, Filippo Bruti Liberati e il canonico Gian Bernardino Mascaretti riguardo uno dei più importanti ritrovamenti acquavivani: la stele sud-picena di contrada Fonte Mercato. La stele fu trovata nel 1848 in un terreno appartenente alla chiesa prevostale e fu quasi immediatamente dispersa, ma ci è nota grazie a un calco effettuato con carta bagnata da Pio Neroni da cui sono poi derivati gli apografi del De Minicis e del Mommsen. La sua interpretazione è controversa ma l'ipotesi più accreditata è che si tratti di un ringraziamento a una divinità per una preghiera esaudita.

Con l'unità d'Italia mutano gli approcci alla materia e si assiste al tentativo di ricostruire la storia locale nell'ambito del nuovo contesto culturale nazionale. Guglielmo Allevi esemplifica appieno il passaggio tra i due tipi di ricerca.

Guglielmo Allevi, nato a Offida nel 1834, esplorò con intenti archeologici le campagne circostanti il suo paese ed effettuò a sue spese alcuni scavi. Il Governo unitario, sia per controllarne l'attività, sia per avere un referente locale che potesse tempestivamente comunicare l'esistenza di scavi clandestini, lo nominò Regio Ispettore. Di conseguenza le sue relazioni di scavo divennero più accurate, secondo quanto previsto dal regolamento ministeriale. Risalgono a questo periodo anche le numerose corrispondenze epistolari che l'Allevi intrattenne con Gabrielli, Pigorini, Rosa, Fiorelli, Bellucci, Zannoni, Leemans e altri noti studiosi dell'epoca e i riconoscimenti ufficiali che ottenne sia in Italia sia all'estero, soprattutto in Olanda. Egli descrisse le sue scoperte in alcune opere che mescolano descrizioni del folklore locale a comunicazioni di carattere archeologico.

Fig.6.02.01. Apografo dell’epigrafe AP1 da DE MINICIS 1849
Fig.6.02.01. Apografo dell’epigrafe AP1 da DE MINICIS 1849

Nelle opere Offida preistorica, Alla ricerca del tempio dell'Ophis, Tra le rupi del Fiobbo Allevi descrive, tra gli altri, il sito databile all'età del Bronzo recente (1300-1150 a.C.) in contrada Laferola di Acquaviva al confine con il territorio di Offida. Sul ciglio di una rupe volta a occidente lungo il fosso San Savino, l'Allevi rinvenne vari resti litici, ceramici e zoologici alcuni dei quali sono stati idenficati nel Museo Civico di Offida. Il nucleo primitivo e più consistente di tale museo è costituito proprio dai materiali raccolti da Allevi ed è stato riordinato negli anni settanta del Novecento da un gruppo di lavoro coordinato da Vincenzo D'Ercole.

Gli anni '70 dell'Ottocento hanno avuto una straordinaria importanza nella diffusione della pratica e delle conoscenze archeologiche. La vitalità economica e culturale che investì la società italiana determinò un maggiore interesse per il patrimonio storico-artistico e archeologico del nostro paese anche nelle classi sociali che fino a quel momento non vi avevano preso parte. Nascono in questi anni numerose associazioni per divulgarne la ricchezza e la varietà, tra le quali si distingue l'Archeoclub d'Italia.

L'Archeoclub d'Italia rappresenta un grande movimento di opinione pubblica al servizio dei beni culturali e ambientali. Sorto nel 1971 come centro di documentazione archeologica, ha gradualmente esteso il suo interesse a tutti i beni culturali, promuovendone la conoscenza e la valorizzazione. L'associazione opera attraverso sedi locali distribuite sull'intero territorio nazionale, proponendo nuove forme di tutela che hanno il loro cardine proprio nel decentramento.

Per l'opera svolta ad Acquaviva nell'ambito del volontariato archeologico ricordiamo due personaggi diversi per indole e formazione: Paride Marini e Gabriele Angellotti. Essi contribuirono a focalizzare l'attenzione dell'opinione pubblica su problemi quali il pericolo, per il patrimonio archeologico, causato da uno sviluppo urbanistico incontrollato e a sollecitare un intervento più consistente della Soprintendenza Archeologica marchigiana. Marini si appassionò all'archeologia durante gli anni universitari trascorsi a Roma. Tornato nella natale Castel di Lama, fondò numerosi archeoclub tra i quali anche quello acquavivano. Il suo nome è legato alle numerosissime segnalazioni che compaiono nel testo di G. Conta sul territorio di Ascoli in età romana. In compagnia dell'acquavivano Elio Fontana, fu autore della scoperta di uno dei siti marchigiani più importanti riferibili all'età del neolitico superiore in località Monte Tinello. Di diverso tenore si presenta l'opera di Gabriele Angellotti, anch'egli profondo indagatore del territorio acquavivano alla ricerca di tracce archeologiche. Angellotti nacque ad Acquaviva nel 1932 e, al contrario di Marini, non poteva certo vantare una preparazione culturale di medio-alto livello. Egli poteva invece contare su un ottimo intuito e su un formidabile spirito d'osservazione che gli permisero, durante le sue escursioni, di rintracciare abbondanti materiali archeologici dei quali però non sempre fornì notizia alle autorità competenti. In realtà la pubblicità che egli diede ai suoi ritrovamenti fu inversamente proporzionale al suo bisogno di denaro. In caso di necessità, infatti, preferì venderli sul mercato antiquario senza darne notizia alle autorità competenti. Sulle pagine locali di alcuni quotidiani negli anni Settanta Angellotti compare spesso come autore di fortuiti ritrovamenti: una freccia in bronzo, un pugnale in corno di cervo, un peso da telaio, cinque rocchetti, un chiodo di carro, due piastrelle incise in arenaria.

Ad avvalersi dell'attività della sede acquavivana dell'Archeoclub fu Gabriele Nepi nella stesura del suo volume Storia di Acquaviva Picena. Quella di Nepi è ancora oggi la trattazione più estesa e organica dell'intera storia di Acquaviva dalle origini al periodo attuale. L'autore ha utilizzato le notizie di ritrovamenti compiuti dall'Archeoclub per la redazione del capitolo V della sua opera, in cui presenta una descrizione e un ampio apparato fotografico dei reperti venuti alla luce proprio negli anni immediatamente precedenti la pubblicazione del suo volume. I capitoli precedenti sono occupati dalla ricostruzione della storia dei secoli prima del Mille attraverso fonti scritte di carattere più generale che riguardano l'intera zona e non precisamente l'abitato in questione. La parte più corposa è dedicata al periodo medievale e rinascimentale ed è sostanzialmente basata sull'analisi delle fonti documentarie in particolar modo quelle contenute nell'Archivio di Stato della città di Fermo, che conserva i documenti più numerosi e interessanti, nell'Archivio di Stato di Ascoli Piceno, in quello comunale di Ripatransone, nell'Archivio Arcivescovile di Fermo, nell'Archivio Vaticano e nelle numerose biblioteche civiche della zona.

Le indagini più approfondite e più numerose sono state compiute dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche che, a più riprese, dopo il 1978 si è occupata del territorio in esame. L'insediamento databile al neolitico superiore in località Monte Tinello fu indagato in due successive campagne di scavo nel 1983 e nel 1984. I ritrovamenti riferibili alla cultura picena del colle dell'Abbadetta portarono nel 1979 al rinvenimento di stratigrafie significative che giungono sino all'età romana. Sempre alla cultura picena appartiene la necropoli sul colle di San Francesco indagata sempre in quegli anni, mentre all' età romana vanno ascritti i ritrovamenti in contrada Fonte Pezzana relativi a un insediamento rustico, in contrada Sant'Angelo dove furono rintracciati i resti di un impianto di canalizzazione, sul lungo Albula dove è presente una cisterna inglobata in una casa colonica, in contrada Fonte Paterno e nell'attuale zona industriale con materiali ascrivibili a ville. L'attività scientifica portata avanti dagli ispettori della Soprintendenza per i Beni Archeologcici, in particolare bisogna ricordare l'impegno profuso da Nora Lucentini, da Mara Silvestrini e da Gabriele Baldelli, ha affiancato l'opera di tutela che, negli ultimi trent'anni, ha dovuto spesso confrontarsi con situazioni difficili. Negli ultimi anni il lavoro della Soprintendenza ha potuto avvalersi della collaborazione con un gruppo di giovani archeologi del Dipartimento di Archeologia dell'ateneo bolognese, coordinati da Enrico Giorgi, che si sono concentrati sull'analisi delle fasi medievali del centro abitato utilizzando metodologie all'avanguardia per l'analisi degli elevati e lo scavo stratigrafico della fortezza e dell'Ex-Ospedale di Sant'Anna e confrontando i risultati ottenuti con i documenti medievali conservati presso l'Archivio di Stato di Fermo. In particolare è stata oggetto di indagine la Fortezza medievale interessata nel 2005 e nel 2006 da due campagne di scavo con alcuni saggi effettuati sulla scorta del confronto con la più antica testimonianza iconografica su Acquaviva: un disegno di L.F. Marsili (1658-1730) datato 1708 e conservato presso la Raccolta Marsiliana della Biblioteca Universitaria di Bologna (vd. anche 5.01). Il palazzo Celso Ulpiani è attualmente sede locale del Centro Studi per l'Archeologia dell'Adriatico, inaugurata il 27 maggio 2006.

Questo contenuto fa parte del volume:
Groma 1. Archeologia tra Piceno, Dalmazia ed Epiro

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