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6.06 Alberto Fortis (1741-1803) e la ricostruzione del paesaggio archeologico in Dalmazia

Olivia Osti

Relatore: Marinella Pigozzi - Correlatore: Erika Vecchietti

Tesi di Laurea in Lettere - Università di Bologna

La Dalmazia è il territorio della sponda orientale adriatica che maggiormente ha risentito, nel corso dei secoli, della presenza italiana, sia per la prossimità geografica, sia per l'importanza strategica delle sue articolate coste, che non sfuggì agli interessi militari e politici delle grandi potenze mediterranee, dall'impero romano alla repubblica di Venezia.

Secoli prima del dominio della Serenissima, nel cui contesto cronologico si colloca la figura di Alberto Fortis, la Dalmazia fu infatti una importante provincia romana (vd. 6.03). Lo straordinario paesaggio dalmata, le cui potenzialità naturali e culturali erano evidenti già tre secoli fa, non sfuggì alla curiosità intellettuale di una delle maggiori personalità dell' illuminismo veneto, l'abate padovano Alberto Fortis (1741-1803). Spinto in territorio dalmata, allora possedimento veneziano, con lo scopo di valutarne le risorse economiche in modo da razionalizzarne l'utilizzo, secondo quegli indirizzi di pubblica utilità penetrati nella consuetudine politica italiana dalle regioni d'oltralpe, Fortis non tralasciò di documentare, da appassionato antichista qual era, le vestigia antiche incontrate durante l'itinerario, corredando le descrizioni con incisioni realizzate dall'artista palmarino Jacopo Leonardis, a suo seguito. Dall'esperienza di viaggio di Alberto Fortis nacque la più importante testimonianza sul territorio dalmata nel Settecento: il Viaggio in Dalmazia, pubblicato in due volumi presso Tipaldo a Venezia nel 1774. La precisione dell'illustrazione e il rigore scientifico con cui essa è presentata (Fortis introdusse sovente una scala metrica in piedi veneti), con metodi che ricordano ante litteram il moderno rilievo archeologico, ha portato alla riflessione sulla validità scientifica dell'incisione per l'archeologia.

Nel suo viaggio di ricognizione nella provincia dalmata, Fortis, geologo di formazione ma sensibile a quell'approccio materiale e autoptico verso la testimonianza dell'antico che il conte di Caylus e Scipione Maffei andavano in quel periodo diffondendo, documentò gli archi pertinenti alla basilica forense di Burnum. Proprio l'incisione che ritrae gli archi burnistani, quinta tavola del corredo iconografico del Viaggio in Dalmazia, rappresenta il nesso tra l'abate padovano e le più recenti ricerche archeologiche sulla Dalmazia romana. Coerentemente con la vocazione metodologica e sperimentale del "Progetto Burnum" (vd. 5.02), anche le fonti storiche, generalmente create per fini diversi da quelli con cui vengono oggi utilizzate devono essere contestualizzate affinché non risultino inefficaci o addirittura fuorvianti, e seguendo le linee di indirizzo metodologico tracciate da A. Gallottini sul valore delle incisioni come fonte per la topografia antica, si è tracciato il profilo del contesto culturale in cui il Viaggio in Dalmazia è stato prodotto secondo i seguenti punti:

1. personalità, formazione, referenti e committenti dell'autore;

2. clima politico, sociale e culturale in cui autore e opera gravitarono;

3. modalità di realizzazione dei disegni base delle incisioni;

4. personalità dell'incisore.

1. Personalità, formazione, referenti e committenti dell'autore

Nato e formatosi nel vivace ambiente culturale padovano, l'abate agostiniano Alberto Fortis, al secolo Giovanni Battista Fortis, fu fin dalla più giovane età a contatto con le più eminenti personalità dell' illuminismo veneto (quali Antonio Vallisneri, Melchiorre Cesarotti, Giovanni Arduino), la cui conoscenza influì indubbiamente sulla sua formazione, stimolando lo sviluppo dei suoi interessi naturalistici e letterari. La presenza di un prestigioso ateneo e di circoli culturali di altissimo livello, uniti alla tradizione galileiana, orgoglio della città, e alla tradizione medico-scientifica, facevano inoltre di Padova un polo di eccellenza della cultura scientifica in Europa, costituendo quella che è stata denominata la "scuola geologica veneta", presso cui Fortis compì gli studi geologici e naturalistici.

Dai contatti coll'Arduino Fortis poté in particolare trarre un insegnamento metodologico fondamentale: per studiare le fasi di sviluppo e i meccanismi geologici non è possibile prescindere dall'osservazione diretta, autoptica dei fenomeni, un precetto che, in un momento storico in cui lo studio delle antichità iniziava a prendere in prestito i metodi delle scienze naturali, risulta illuminante sulle modalità tramite cui Fortis curò i corredi illiustrativi delle opere da lui firmate.

2. Clima politico, sociale e culturale in cui autore e opera gravitarono

Il discusso intervento russo in Montenegro e Morea portarono alla ribalta presso l'opinione pubblica europea la questione balcanica: Fortis rivolse il suo interesse prevalentemente verso la Dalmazia, possedimento del governo veneziano su cui la Serenissima estendeva per gran parte un dominio dispotico e assente, ignorando la drammatica realtà sociale del paese. In quest'ottica il ricorso alle scienze naturali e alla geologia acquistò un grande rilievo, in quanto presupposto necessario per progettare e attuare innovazioni utili all'avanzamento sociale ed economico della regione.

Un altro significativo evento aveva catalizzato l'interesse della cultura artistica europea verso la Dalmazia: la pubblicazione, nel 1764, dell'opera dell'architetto Robert Adam Ruins of the Palace of the Emperor Diocletian at Spalatro, magnificamente corredata dall'opera grafica di Charles-Louis Clérisseau. Non fu un caso che l'anno successivo Fortis diede inizio alla sua precoce attività di "viaggiatore curioso", recandosi in Istria, dove visitò Pola ed ebbe contatti con collezionisti ed eruditi, cultori delle vestigia romane della città, già oggetto di interesse da parte di altri illustri viaggiatori. La conoscenza e la passione per l'antico si rafforzò in Fortis grazie alla permanenza a Firenze e a Roma, dove instaurò contatti con rappresentanti della tradizione antiquaria toscana e i grandi mecenati romani, quali i principi Borghese e il cardinal Albani, che al tempo aveva come collaboratore Johann Joachim Winckelmann, che diede alle stampe nel 1764 la sua Storia dell'arte nell'antichità, "manifesto" del neoclassicismo e teorizzazione dell'ideale classico di perfezione.

3. Modalità di realizzazione dei disegni base delle incisioni

Lo studio delle antichità, o meglio l'archeologia dell'epoca, oltre a servirsi di metodi di indagine (ad es., l'osservazione autoptica) propri delle scienze naturali, prese in prestito un'altra pratica fondamentale: gli studiosi, archeologi o naturalisti, compivano escursioni fornendosi di supporti su cui schizzare o disegnare "dal vivo" siti e reperti. Le riproduzioni, considerate "evidenze dirette" e quindi poste sullo stesso piano dei reperti originali, fornivano la possibilità al lettore di verificare "criticamente", attraverso l'osservazione dell'oggetto o del fenomeno riprodotto, la validità delle informazioni trasmesse.

Il duplice interesse naturalistico e antichistico si manifestò durante i due principali viaggi scientifici di Fortis in Dalmazia, il primo diretto all'isola di Cherso e Osero, che portò alla pubblicazione del Saggio d'osservazioni sopra l'isola di Cherso ed Osero (Venezia, 1771), il secondo in tutta la regione, sfociato nel Viaggio in Dalmazia (Venezia, 1774). Rilevante fu l'insistenza di Fortis sulla correttezza e onestà informativa, che si estrinsecò nel fornire notizie solo di "prima mano" e per esperienza diretta, ovvero descrivere siti e fenomeni solo se personalmente veduti e verificati, eliminando il rischio di propagazione di inesattezze informative. Fortis pose infatti in tutte le sue opere particolare attenzione al metodo, insistendo su una serie di accorgimenti e scrupoli operativi da cui risulta evidente che la preoccupazione principale dell'autore consisteva nell'attendibilità dei dati, sia che fossero naturalistici o geologici, sia storico-artistici, sia infine demoetnoantropologici. Il disegno dal vero diveniva pertanto parte indispensabile del lavoro descrittivo compiuto autopticamente in situ; la scelta del soggetto del disegno, i particolari da non trascurare, addirittura il tipo di visuale non erano generalmente a discrezione del disegnatore, il quale invece generalmente si limitava a seguire le rigorose istruzioni del naturalista.

4. Personalità dell'incisore

Le incisioni a corredo del Viaggio in Dalmazia, come pure quelle del Saggio d'osservazioni sopra l'isola di Cherso ed Osero sono opera della personalità artistica di Jacopo Leonardis, nato a Palmanova nel 1723 e operante a Venezia, la cui produzione si caratterizzò da un certo momento in poi come esclusivamente dedicata alla realizzazione di incisioni di riproduzione.

Questa ingente produzione di stampe induce a ipotizzare che l'arte grafica, nella bottega di Leonardis in particolare, non rimase a livello di semplice produzione artigianale, ma diede vita a propri laboratori di tecnica incisoria, che divennero centri di produzione e diffusione: l'ottimo livello di aderenza delle acqueforti con l'originale è stato verificato confrontando le tavole incise con i dipinti da cui Leonardis trasse le proprie riproduzioni.

Tecnicamente, l'incisione può essere definita come l'arte di disegnare o scrivere su qualunque materiale mediante un segno inciso e può essere suddivisa in due classi principali: incisione in cavo e incisione in rilievo. Nell'incisione in cavo la parte incisa possiede un valore positivo e riproduce il disegno precedentemente tracciato. Nell'incisione a rilievo le linee o gli spazi sono incisi come negativi per lasciare il disegno in rilievo, in modo che l'inchiostro si trasferisca sul foglio dalla parte lasciata in rilievo, come nella stampa tipografica. Fin dalle origini del libro a stampa, l'incisione è stata la tecnica più utilizzata per realizzarne le illustrazioni, dapprima sotto forma di xilografia (eseguita su legno), poi di acquaforte. La tecnica dell'acquaforte si sviluppò poi verso quella dell'acquatinta, che consentiva di ottenere una resa con valenze più marcatamente pittoriche, simili all'acquerello. Questa caratteristica la rese particolarmente idonea alla realizzazione di tavole di soggetto archeologico, in cui i complessi monumentali erano inseriti, secondo il gusto dell'epoca, in contesti paesaggistici o pittoreschi, oppure in tavole riproducenti decorazioni parietali o vascolari e perciò dotate di una importante valenza cromatica.

E proprio nel tentativo di mettere alla prova la fonte iconografica frutto della collaborazione tra Alberto Fortis e Jacopo Leonardis che si è voluto verificare, attraverso l'iter formativo, i referenti e il contesto socio-culturale di due eminenti protagonisti dell'universo artistico e culturale veneto, quanto una critica e consapevole lettura del passato possa essere utile a metodologie di rilievo e restituzione che rappresentano, molto più del presente, il futuro.

Questo contenuto fa parte del volume:
Groma 1. Archeologia tra Piceno, Dalmazia ed Epiro

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